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Organigramma locale

Salvatore Muscatello

Referente Popolari per l'Italia Arenzano, Genova Ponente e entroterra Genovese
Tel +39 335 5320561
salvatore.muscatello@udc-arenzano.it

LIBERTAS: E’ grande colui che si mette al servizio degli altri. E' grande il cittadino che affronta lealmente il dibattito mettendosi in discussione. Non importa se sono pensionati, operai o professionisti. L’egoismo dell’uomo porta, solitamente, ad occuparsi d’altro. Grazie a tutte le persone che hanno fatto crescere il pensiero liberale e democratico del nostro paese, qualunque sia il loro colore.

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Incontro con il Senatore Mario Mauro ad Arenzano PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Muscatello   
Giovedì 13 Novembre 2014 22:20

 

 

Gruppo Udc-Popolari-Arenzano

Segreteria di Arenzano

Via Sauli Pallavicino 60 (Piano Terreno)

16011 ARENZANO (GE)

Tel. 010-8590760 – Cell.335-5320561

Email: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Sito: www.udc-arenzano.it

Convegno Popolari per l’Italia

Del 17 Gennaio 2015


5 PROPOSTE DI LEGGE

PER LA RIPRESA ECONOMICA DELLA LIGURIA


Salvatore Muscatello



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Proposte di Legge


Il contesto socio-economico Ligure

Stiamo vivendo la più grave crisi che abbia mai colpito l’economia mondiale dopo quelle del ’29 e del ‘73. Una crisi che si colloca all’interno di un periodo di bassa crescita, con un tasso del PIL sotto l’1%, il più basso degli ultimi decenni. La situazione si complica ulteriormente in seguito alla recessione prodotta dalla crisi finanziaria. Tali avvenimenti producono effetti negativi nel comportamento dei diversi soggetti agenti (famiglie, imprese, pubblica amministrazione).

E’ evidente che il problema non è solo Ligure ma di carattere nazionale, visto che oramai da anni l’Italia si attesta sui livelli più bassi di crescita dell’area Euro. La nostra regione resta con un tasso di crescita più basso rispetto a quello delle altre regioni del nord.

La caduta delle esportazioni è il fattore scatenante cui segue anche la caduta degli investimenti e dei consumi interni, con drammatiche ripercussioni sui livelli occupazionali.

Non è da sottovalutare il problema della viabilità e dei trasporti. Nella Regione Liguria i collegamenti sono obsoleti. Il ponente ligure è isolato dal resto della Liguria con conseguenti difficoltà e disagi per i cittadini. Non è da trascurare il problema del dissesto idrogeologico che è diventato di estrema urgenza per la città di Genova e per l’intera Liguria.

L’immagine che emerge da questo quadro è quella di una regione a rischio che non riesce a risollevarsi con le poche risorse che ha a disposizione.

Davanti a questo scenario, corre l’obbligo per il legislatore di individuare misure che possano favorire la crescita economica in Liguria, favorendo gli investimenti e l’occupazione.


PROPOSTA N.1

Credito d'imposta in favore di soggetti danneggiati da eventi calamitosi.

Sull'esempio di quanto già fatto con l'articolo 67-octies del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, recante credito d'imposta in favore dei soggetti danneggiati dal sisma del maggio 2012.

Testo

1. I soggetti che nell’anno 2014 hanno sede legale od operativa e svolgono attività' di impresa o di lavoro autonomo in uno dei comuni interessati dagli eventi calamitosi , e che per effetto di tali eventi hanno subito la distruzione ovvero l'inagibilità dell'azienda, dello studio professionale, ovvero la distruzione di attrezzature o di macchinari utilizzati per la loro attività, denunciandole all'autorità' comunale e ricevendone verificazione, possono usufruire di un contributo sotto forma di credito di imposta pari al costo sostenuto, entro il 31 dicembre 2016, per la ricostruzione, il ripristino ovvero la sostituzione dei suddetti beni.

2. Il credito di imposta deve essere indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta di maturazione del credito e nelle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi di imposta nei quali lo stesso è utilizzato. Esso non concorre alla formazione del reddito nè della base imponibile dell'imposta regionale sulle attività produttive, non rileva ai fini del rapporto di cui agli articoli 61 e 109, comma 5, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, ed è utilizzabile esclusivamente in compensazione ai sensi dell'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e successive modificazioni.

3. Il credito di imposta di cui al comma 1 è attribuito nel limite massimo di spesa di 5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2015 e 2016. Al relativo onere si provvede, mediante corrispondente riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 33, comma 1, terzo periodo, della legge 12 novembre 2011, n. 183.

4. Con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell'economia e delle finanze, sono stabilite le modalità applicative delle disposizioni del presente articolo, ivi incluse quelle relative ai controlli e alla revoca del beneficio conseguente alla sua indebita fruizione.


PROPOSTA N.2

La tassazione sostitutiva degli incrementi produttivi delle imprese

Nei periodi di recessione l’economia del paese entra in una fase di stallo dovuta proprio alla riduzione dei consumi. Le motivazioni possono essere diverse, solitamente la riduzione dei consumi è causata da uno squilibrio nei mercati.

In questa fase il Governo ha l’obbligo di intervenire con strumenti appositi per ripianare il mercato e soprattutto ripristinare il giusto e sano equilibrio, guardando soprattutto alle fasce più deboli.

Occorre intervenire anche con strumenti tendenti ad incrementare la produttività nella piccola e media impresa, quali la defiscalizzazione ovvero la tassazione forfetaria degli incrementi reddituali rispetto alla media dei cinque anni precedenti. Questo strumento induce le imprese ad aumentare la produzione, in quanto oltre determinati limiti di produttività le imprese ottengono benefici fiscali.

Il risultato sarà una maggiore produzione, impiego di personale per raggiungere gli obiettivi, maggiore ricchezza per le famiglie e per le imprese e quindi maggiori consumi.

In termini di bilancio dello Stato, non ci saranno minori entrate poiché si vanno a toccare gli incrementi produttivi delle imprese anzi ci saranno maggiori entrate a seguito di maggiore produttività.

La tassazione forfetaria sugli incrementi produttivi consente alle imprese di liberare piccole risorse anche per gli investimenti. L’imprenditore che aumenta la produttività con il sistema fiscale ordinario di calcolo del saldo e dell’acconto è sottoposto ad una imposizione che raggiunge una percentuale pari al 105%.

Facendo l’esempio di un artigiano che apre la propria attività con un reddito di impresa nel primo anno di Euro 50.000,00 si può comprendere a quanto influisce la pressione fiscale sul reddito di impresa: Saldo Irpef Euro 15.210,00; Addizionale Regionale 865,00; Addizionale comunale Euro 400,00; Contributi INPS in percentuale Euro 7.700,00; Saldo Irap 1.580,00; I Acconto Irpef Euro 6.084,00; I Acconto Irap Euro 632,00; I Acconto INPS in percentuale Euro 3.848,00; Diritti Camera di Commercio Euro 88,00; II Acconto Irpef Euro 9.126,00; II Acconto Irap 948,00 e II Acconto INPS in percentuale Euro 3.847,00, per un TOTALE di Euro 50.328,00.

Testo

1. I soggetti passivi dell’imposta sul reddito di impresa delle persone fisiche e sul reddito delle società che hanno un incremento reddituale rispetto alla media dei redditi dei cinque anni precedenti, possono applicare alla parte eccedente di reddito rispetto alla media dei redditi dei cinque anni precedenti un’imposta sostitutiva forfetaria del 15% in sostituzione dell’irpef, ires, irap, addizionale regionale e comunale. La parte eccedente di reddito rispetto alla media dei cinque anni precedenti è esclusa dall’IVS in percentuale INPS.

2. Per i soggetti con un’attività d’impresa inferiore ai cinque anni la media dei redditi di impresa da considerare è quella risultante dai periodi d’imposta precedenti a quello in corso.


PROPOSTA N. 3

Costituzione delle Zone Franche Territoriali in Liguria;

Con la legge finanziaria n.244/2008 venivano individuate le Zone Franche Urbane nelle quali sono previste agevolazioni fiscali e previdenziali per rafforzare la crescita imprenditoriale e occupazionale nelle micro e piccole imprese all’interno dell’Obiettivo di Convergenza (Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna e Puglia).

Le agevolazioni consistono in: esenzione dalle imposte sui redditi; esenzione dall'IRAP; esenzione dall'imposta municipale propria; esonero dal versamento dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente.

L’obiettivo del legislatore era di estendere l'ammissibilità ai benefici ad aree urbane, caratterizzate da significativi fenomeni di disagio sociale.

Con la circolale 30 settembre 2013 n. 32204 del Ministero dello Sviluppo Economico sono stati forniti i chiarimenti in merito alla tipologia, alle condizioni, ai limiti, alla durata e alle modalità di fruizione delle agevolazioni fiscali e contributive previste dal suddetto decreto, al fine di portare a conoscenza di tutti i soggetti interessati, anteriormente all’adozione dei bandi per la presentazione delle domande, le modalità di funzionamento dell’intervento.

Si ritiene che oggi la Liguria stia attraversando una fase economica e sociale difficile, definita il sud delle regioni del nord. Pertanto la Liguria necessita di interventi strutturali da parte del legislatore finalizzati alla ripresa economica e sociale con insediamento e recupero di attività produttive sul territorio. Si chiede l’individuazione di Zone Franche Territoriali (ZFT) che abbiano lo stesso trattamento delle Zone Franche Urbane (ZFU) ma con finalità di recupero delle aree industriali dismesse e incentivi occupazionali.

Testo

Al fine di recuperare le aree industriali dismesse presenti sul territorio e creare nuovi posti di lavoro, sono istituite le Zone Franche Territoriali (ZFT) sul territorio della Regione Liguria.

Le piccole e micro imprese che iniziano, nel periodo compreso tra il 1º gennaio 2015 e il 31 dicembre 2020, una nuova attività` economica nelle zone franche territoriali possono fruire delle seguenti agevolazioni, nei limiti indicati dal Fondo approvato con Decreto del Ministero dell’Economia e Finanze:

1. esenzione dalle imposte sui redditi per i primi cinque periodi di imposta. Per i periodi di imposta successivi, l’esenzione è limitata, per i primi cinque al 60 per cento, per il sesto e settimo al 40 per cento e per l’ottavo e nono al 20 per cento. L’esenzione di cui alla presente lettera spetta fino a concorrenza dell’importo di euro 100.000 del reddito derivante dall’attività svolta nella zona franca territoriale, maggiorato, a decorrere dal periodo di imposta in corso al 1º gennaio 2016 e per ciascun periodo di imposta, di un importo pari a euro 5.000, ragguagliato ad anno, per ogni nuovo assunto a tempo indeterminato, residente all’interno del sistema locale di lavoro in cui ricade la zona franca territoriale;

2. esenzione dall’imposta regionale sulle attività produttive, per i primi cinque periodi di imposta, fino a concorrenza di euro 300.000, per ciascun periodo di imposta, del valore della produzione netta;

3. esenzione dall’imposta comunale sugli immobili, a decorrere dall’anno 2015 e fino all’anno 2020, per i soli immobili siti nelle zone franche territoriali dalle stesse imprese posseduti ed utilizzati per l’esercizio delle nuove attività economiche;

4. esonero dal versamento dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente, per i primi cinque anni di attività, nei limiti di un massimale di retribuzione definito con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, solo in caso di contratti a tempo indeterminato, o a tempo determinato di durata non inferiore a dodici mesi, e a condizione che almeno il 30 per cento degli occupati risieda nel sistema locale di lavoro in cui ricade la zona franca territoriale. Per gli anni successivi l’esonero e` limitato per i primi cinque al 60 per cento, per il sesto e settimo al 40 per cento e per l’ottavo e nono al 20 per cento. L’esonero di cui alla presente lettera spetta, alle medesime condizioni, anche ai titolari di reddito di lavoro autonomo che svolgono l’attività all’interno della zona franca territoriale. Le piccole e le micro imprese che hanno avviato la propria attività in una zona franca territoriale antecedentemente al 1º gennaio 2015 possono fruire delle agevolazioni a far data dal 1° gennaio 2015.

Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, saranno determinati le condizioni, i limiti e le modalità di applicazione delle esenzioni fiscali.


PROPOSTA N. 4

Modello unico delle attività produttive e sospensione dei diritti comunali e camerali per le pratiche di inizio, modifica e cessazione attività.

Con D. Lgs. 31 marzo 1998, n. 112 veniva istituito il S.U.A.P. (sportello unico per le attività produttive). Con il D.P.R. 7 settembre 2010, n. 160 veniva costituito il nuovo regolamento per la disciplina e la semplificazione dello sportello.

Lo sportello unico per le attività produttive è uno strumento di semplificazione amministrativa che mira a coordinare tutti gli adempimenti richiesti per la creazione di imprese, al fine di snellire e semplificare i rapporti tra la pubblica amministrazione e i cittadini.

A tutt’oggi il S.U.A.P. non ha ottenuto i risultati attesi poiché ogni comune ha adottato un proprio regolamento, un proprio tariffario, una propria procedura e una propria modulistica.

Pertanto il legislatore ha l’obbligo di intervenire per semplificare le procedure nel rispetto di quanto stabilito con il D. Lgs. 31 marzo 1998 n.112. I Comuni hanno l’obbligo di utilizzare la modulistica standard unica per tutti gli adempimenti riguardanti l’apertura, la modifica o la cessazione dell’attività.

Testo

1. Con Decreto del Ministero dell’Economia e Sviluppo è istituito dal 1° gennaio 2015 il Modello Unico delle Attività Produttive, ai sensi di quanto stabilito dal D.lgs 31 marzo 1998 n.112. Nel modello redatto con schema di autocertificazione ai sensi del Dpr 445/2000, dovranno essere indicati i dati dell’impresa, la tipologia di attività e la comunicazione di apertura , modifica o cessazione attività. Il modello unico delle attività produttive sostituisce tutte le comunicazioni effettuate a qualunque titolo agli enti Comune (Tares, Suolo Pubblico, Ambiente ecc), ASL, Camera di Commercio.

Le tariffe per diritti di segreteria sono fissate con Decreto del Ministero dell’Economia e Sviluppo;

2. Con decorrenza dal 1° gennaio 2015 Le tariffe per inizio, variazione e cessazione attività sono sospese fino all’emanazione del Decreto del Ministero dell’Economia e Sviluppo di cui al punto 1.


PROPOSTA N.5

Costituzione della banca dati sanitaria del contribuente

Il processo di ottimizzazione e semplificazione del sistema di raccolta della documentazione (scontrini farmacia, ricevute mediche, Ticket ASL) richiede la costituzione di una banca dati nazionale dove confluiscono le spese sanitarie del cittadino nella sua qualità di assistito/contribuente ed archiviate attraverso il proprio codice fiscale.

Cosa già funzionante per ogni singolo Ente (ASL, strutture sanitarie o Farmacie). Si tratta pertanto di collegare il sistema attraverso una rete Regionale o Nazionale, tramite un semplice software di raccolta dati.

Il soggetto assistito/contribuente potrà richiedere a fine anno gratuitamente l’attestato di detraibilità per le spese sanitarie, presso qualsiasi struttura collegata (farmacia, asl, medici di famiglia, medici specialisti, strutture sanitarie private, ecc.).

Analisi costi benefici.

Costi: Praticamente sono inesistenti serve solo un semplice software di archiviazione documenti messo in rete fra tutte le strutture sanitarie, sia pubbliche che private.

Benefici: Semplificazione nell’archiviazione delle spese detraibili per il contribuente; Risparmio di tempo per i centri di assistenza fiscale durante l’elaborazione delle dichiarazione dei redditi; Controllo diretto e immediato da parte degli uffici fiscali per contrastare fenomeni di evasione fiscale per spese indebitamente indicate nella dichiarazione dei redditi; riduzione del fenomeno dell’evasione fiscale da parte delle strutture sanitarie private. I Benefici, pertanto sono di elevata entità.

La proposta è significativamente apprezzata dai cittadini, dai centri di assistenza fiscale, dai dottori commercialisti con evidenti vantaggi per il sistema fiscale italiano.

Testo

1. Con Decreto del Ministero della Sanità è istituto con decorrenza dal 1° gennaio 2015 l’attestato di detraibilità per le spese sanitarie. Le sedi ASL e gli enti convenzionati (strutture sanitarie, medici di famiglia, medici specialisti e farmacie) dovranno munirsi di apposito software di archiviazione dati rilasciato dal Ministero della Sanità che consente il collegamento alla rete Nazionale di raccolta dati. Tutte le spese detraibili sostenute dai contribuenti saranno archiviate e abbinate al codice fiscale.

Il contribuente potrà richiedere entro la data di scadenza per la presentazione della dichiarazione dei redditi l’attestato di detraibilità per le spese sanitarie. Il Ministero dell’Economia e Finanze potrà utilizzare i dati per la dichiarazione precompilata dei contribuenti.

 


Non importa se otteniamo dei risultati o meno,

se facciamo bella figura o no, in fin dei conti l’essenziale,

per la maggior parte di noi, è qualcosa che non si vede,

ma si percepisce nel cuore.


L’arte di correre Aruki Murakami

 


 

 

 

 

 
Costituente Popolare: l’asse tra NCD e Pd durerà più di mille giorni. Parla Quagliariello PDF Stampa E-mail
Sabato 18 Ottobre 2014 10:35

di Fabrizia Argano

 

Il coordinatore nazionale di Ncd, Gaetano Quagliariello, analizza con Formiche.net le nuove sfide della politica e prefigura per il suo partito un duraturo asse con il Pd di Matteo Renzi per cambiare il Paese.

Prospetta una lunga fase di collaborazione con il Pd “per riuscire a cambiare davvero il Paese”. Immagina un nuovo polo liberale in cui i principi cristiani possano diventare “religione civile” anche per il disorientato mondo laico. Suona la sveglia alla Costituente popolare che “deve prendere il volo perché la mezza cottura fa restare nella palude”.

È un Gaetano Quagliariello a tutto campo quello che si concede in una lunga conversazione con Formiche.net. L’analisi del coordinatore nazionale di Ncd parte dalla riflessione del filosofo Dario Antiseri sui cattolici in politica pubblicata sul Corriere della Sera e arriva al ripensamento dello schema generale della politica italiana secondo una “quadriglia bipolare”.

L’ANALISI DI ANTISERI
Antiseri pone tre questioni di piena contingenza, fa notare Quagliariello: “Esiste ancora una frattura destra-sinistra? I partiti politici attuali possono definirsi solo per la loro risposta ai problemi quotidiani? Se la risposta è no, il cattolicesimo e la dottrina sociale della Chiesa possono ritornare a essere il contenuto di una forza politica?”

UN NUOVO SCHEMA
“La frattura tra centrodestra e centrosinistra non c’è più, queste categorie intese in senso ideologico non hanno più senso o valgono solo per una sparuta nomenklatura. I numeri ci dicono che l’influenza del presidente del Consiglio arriva anche ai confini della destra estrema”.

Ecco perché va ripensato l’intero schema che secondo il senatore in futuro potrà essere formato da quattro aree: “L’area nostalgica della vecchia sinistra, l’area socialdemocratica, l’area cristiano-liberale-moderata, l’area di destra estrema”. Uno schema che Quagliariello chiama “di quadriglia bipolare, in cui i due centri possono allearsi tra di loro in momenti particolarmente critici come quello attuale”. Per cambiare davvero questo Paese, “non bastano mille giorni. Questo è solo l’inizio di un percorso”, spiega, prefigurando un lungo periodo di collaborazione tra Ncd e Pd.

I PRINCIPI CRISTIANI
Solo quando l’emergenza sarà passata, potranno spontaneamente nascere due polarità che dovranno competere anche “attraverso i principi che sono cosa differente rispetto alle ideologie. Essi sono fondamentali per definire una comunità, per far sopravvivere un partito rispetto alla biografia di una persona. La parabola di Forza Italia e del suo leader Silvio Berlusconi insegna dove porta un partito in cui i principi sono considerati unicamente sovrastrutture. Ecco perché, a mio avviso, molti principi della tradizione cristiana, sia in campo economico che etico, possono definire il perimetro di una forza politica. Nella crisi di orientamento antropologico di oggi e di fronte alle sfide che la geopolitica mondiale ci pone e che trasformano il cattolicesimo in una religione civile, essi possono avere ascolto anche nel mondo laico. In questo senso, ‘l’appello ai non credenti a vivere come si Dio esistesse’ di Joseph Ratzinger con il passare del tempo diventa sempre più attuale”.

LA STRADA DEL CENTRODESTRA
La strada che si prospetta per il centrodestra è ora più complicata rispetto a quella del centrosinistra, ammette Quagliariello: “Riproporre il vecchio centrodestra è un semplice esercizio di fantasia. Ncd, in un certo senso, è il risultato di una sconfitta. Noi ci abbiamo provato fino a quando abbiamo avuto la speranza di cambiare le cose dall’interno. La trasformazione del PdL in Forza Italia ha sancito il ripiegamento di un partito carismatico in un partito familistico. Per questo non vi abbiamo aderito. Ora veleggiamo in mare aperto, con la consapevolezza di poter essere o gli ultimi dei perdenti o i primi a farcela ma di aver inaugurato un percorso irreversibile. Il vecchio è morto”.

IL BIVIO PER LA COSTITUENTE POPOLARE
Per questo, la Costituente popolare, il soggetto unitario in fieri tra Ncd, Udc, Popolari di Mario Mauro e alcuni esponenti di Sc “non si fa mettendo insieme le varie parti ma dandosi una visione. Prendere il volo o metterlo da parte, questo il bivio, “perché la mezza cottura fa restare nella palude, brucia l’idea di futuro”.

 
Si avvicina la scadenza del 16 ottobre e tutti i Cittadini proprietari o possessori di immobili dovranno confrontarsi per la prima volta con la nuova TASI. PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Muscatello   
Giovedì 25 Settembre 2014 10:14

 

 

Sono 5.527 i comuni che faranno pagare la TASI, tra i quali anche il Comune di Arenzano.

La scadenza è il 16 ottobre quando i cittadini, proprietari e possessori di immobili a qualunque titolo, dovranno procedere all’ennesimo ricalcolo delle imposte da versare. Si è passati nel giro di due anni dalla vecchia ICI, all’IMU e poi alla TASI (Tassa sui Servizi Indivisibili). Con questa nuova tassa il Legislatore ha messo in difficoltà, prima di tutto i cittadini, poi le software house per arrivare ai consulenti e caf.

Anche i comuni questa volta si sono impegnati a fantasticare con la nuova tassa. Ci sono tanti modelli di TASI per quanti sono i comuni italiani e cioè 8.092 con oltre 75 mila soluzioni diverse. Non sarebbe stato più semplice e forse anche più corretto lasciare le cose come stavano con l’ICI, permettendo ai comuni solo la possibilità di variare le aliquote? E’ stato un grave errore anche proporre modelli di federalismo fiscale frammentari senza controllo. La tassa dovrebbe essere unica semplice e lineare con il calcolo accessibile a tutti. Invece assistiamo ad una serie di riforme tributarie degli enti locali con cadenza annuale. Infatti si parla già della nuova imposta unica nel 2015, che sarà discussa nella prossima legge di stabilità.

Lasciamo da parte la normativa generale per concentrarci sul nostro comune. Anche il Comune di Arenzano ha un rapporto modulare tra IMU e TASI in continua evoluzione.

L’IMU è dovuta solo sugli immobili diversi dall’abitazione principale (seconde case, negozi, capannoni, etc). La TASI invece è dovuta sia sulle abitazioni principali, ma anche sugli altri immobili. La somma dell'aliquota TASI e dell'aliquota IMU non può superare l'aliquota massima IMU vigente per ciascuna tipologia di immobile.

Per le seconde case e per gli altri fabbricati l’aliquota massima dell’IMU è pari al 10,6 per mille. Pertanto il Comune di Arenzano stabilendo per l’Imposta Unica Municipale l’aliquota del 8,6 per mille, la TASI è per forza di legge del 2 per mille. Inoltre, il Comune di Arenzano rinunciando alla facoltà di applicare l’addizionale della TASI dello 0,8 per mille non può applicare agevolazioni e detrazioni per le abitazioni principali.

Per le abitazioni principali, per le quali l’aliquota massima è il 6 per mille, in vigore anche se l’imposta è stata cancellata per la grande maggioranza degli immobili con esclusione di quelli con categoria A/1 – A/8 – A/9 e relative pertinenze. Pertanto essendo l’aliquota IMU sull’abitazione principale del 4 per mille la TASI è fissata obbligatoriamente al 2 per mille.

Per le abitazioni affittate a cittadini che hanno stabilito la propria residenza l’aliquota IMU si riduce al 6,6 per mille mentre la TASI resta invariata al 2 per mille.

Il tutto si traduce in un incremento della pressione fiscale per tutti i cittadini possessori di immobili a qualunque titolo. Anche l’inquilino è soggetto autonomo passivo di imposta obbligato a pagare il suo 30% di TASI.

L’art. 1, comma 671, della legge di Stabilità per il 2014 prevede che: “la TASI è dovuta da chiunque possieda o detenga a qualsiasi titolo le unità immobiliari di cui al comma 669. In caso di pluralità di possessori o detentori, essi sono tenuti in solido all’adempimento dell’unica obbligazione tributaria.”

Il rapporto di responsabilità solidale si applica autonomamente sia tra i comproprietari che tra i possessori locatari. Pertanto il locatario di un immobile non potrà essere chiamato a rispondere dell’omesso versamento del proprietario. Invece se l’immobile è concesso in locazione a due diversi soggetti, uno dei due locatari potrà essere tenuto a rispondere in solido dell’omesso versamento dell’altro inquilino.

Il successivo comma 681 rileva infatti la soggettività passiva dei locatari, il quale prevede che:

Nel caso in cui l’unità immobiliare è occupata da un soggetto diverso dal titolare del diritto reale sull’unità immobiliare, quest’ultimo e l’occupante sono titolari di un’autonoma obbligazione tributaria. L’occupante versa la TASI nella misura, stabilita dal comune nel regolamento, compresa tra il 10 e il 30 per cento dell’ammontare complessivo della TASI […]”.

Pertanto considerato che non c’è rapporto di responsabilità solidale tra proprietario ed inquilino se quest’ultimo soggetto passivo decide di non pagare come farà il Comune a recuperare l’imposta ?

E’ stato un grosso errore applicare la TASI agli inquilini, poiché gli inquilini che non pagano la TASI saranno la stragrande maggioranza ed è stato un grave errore applicare la TASI in modo indiscriminato senza tenere conto delle situazioni di carattere socio economico dei contribuenti che andavano attenuate con le detrazioni da applicare sul il numero dei figli a carico e sulle fasce di rendita catastale degli immobili adibiti ad abitazione principale. Così come è stato un errore non applicare la detrazione forfetaria di Euro 500 sulle rendite degli immobili concessi in uso gratuito ai parenti in linea diretta.

Il prossimo anno bisognerà fare più attenzione anche se la TASI e l’IMU saranno nuovamente assorbite da una nuova imposta comunale che sicuramente produrrà l’ennesimo aumento dell’imposizione fiscale sugli immobili degli italiani destinati ancora una volta ad essere spremuti dallo Stato.

 
DIREZIONE NAZIONALE UDC – ROMA 10 LUGLIO 2014 PDF Stampa E-mail
Giovedì 10 Luglio 2014 21:34

Lorenzo Cesa

 

 

Care amiche, cari amici,

buongiorno a tutti e grazie davvero per la vostra presenza.

Considero questa riunione della Direzione una tappa molto importante del percorso che

abbiamo intrapreso a febbraio con il nostro Congresso Nazionale e al termine dei lavori di

oggi vorrei che uscisse da qui un messaggio forte, rivolto sicuramente a noi, ai nostri amici sui

territori e ai nostri elettori, ma rivolto anche e soprattutto all’esterno.

Quando parlo di esterno mi riferisco ai milioni di cittadini che sostengono come noi con

convinzione il lavoro del Governo Renzi impegnato con generosità e slancio nel tentativo di

risollevare l’Italia, ma che non hanno votato e non voteranno Pd. Ai milioni di cittadini che

non sono populisti né sfasciacarrozze o estremisti. A quei milioni di cittadini che si sentono

molto semplicemente persone di buon senso ma si collocano in uno spazio politico alternativo

a quello del Pd.

Quello che vorrei uscisse oggi da questa sala e diventasse il primo punto della nostra agenda

per le prossime settimane e i prossimi mesi, è un messaggio in linea con il mandato

congressuale, sulle battaglie che il nostro partito è pronto ad intestarsi, ma anche un

messaggio di sfida, un appello alla mobilitazione di un’area che in questo momento sembra

ipnotizzata ed ha bisogno di risvegliarsi, di ritrovare una missione, un senso di appartenenza

comune e anche, o forse soprattutto, una speranza.

La speranza che non moriremo tutti renziani.

Anche perché, io sono un democratico cristiano. E se adesso lo negassi non solo non sarei

credibile, ma farei fatica a guardarmi allo specchio alla mattina. E quindi posso dire che

morire democristiani, morire per un partito che ha assicurato crescita e benessere per

decenni all’Italia poteva avere un senso. Morire per il Pd invece… Insomma, non è che mi

convinca molto…

Dicevo di un’area ipnotizzata, addormentata, ferma ormai da così tanto tempo, da far sperare

ad alcuni commentatori interessati che non esista nemmeno più. Addormentata per colpa

della politica, non dei cittadini, perché la politica non è più stata in grado di fare proposte

capaci di mobilitarli e tenerli insieme dietro a un progetto.

Mi riferisco all’area dei cittadini che vogliono le riforme, vogliono la modernizzazione del

Paese, vogliono tornare a costruire per sé e per i loro figli un futuro credendo nel loro Paese,

avendo fiducia nella possibilità di un riscatto dell’Italia e che non si sentono né si sentiranno

mai di sinistra, ma aspettano – e si augurano – che dal fronte alternativo al Pd si levi

finalmente una proposta forte, si costruisca un nuovo fronte comune, aperto, democratico,

plurale in cui si possano sentire rappresentati e possano tornare a par tecipare alla vita

politica attiva.

Noi per ragioni di sintesi e per semplicità li abbiamo sempre chiamati i moderati, i popolari, i

riformisti, i liberali. Ma siccome oggi siamo in una fase di profondissima ristrutturazione del

nostro sistema politico, anche gli aggettivi con cui identifichiamo questo elettorato sembrano

avere perso gran parte del loro senso. Per cui possiamo chiamarli come vogliamo, ma quel che

è certo è che questi italiani non sono scomparsi.

Nessuno riuscirà a convincermi che sono scomparsi i nove e mezzo di milioni di elettori che

Berlusconi ha perso nell’ultimo anno e mezzo, tra le politiche del 2013 e le Europee del 2014.

Sono persone che hanno aspettato per anni la rivoluzione liberale di Forza Italia e alla fine se

ne sono andate deluse perché tra i volteggi e le giravolte di falchi e colombe, tra alleanze

sempre più a destra con la Lega di Salvini, aperture piuttosto estemporanee a gay e lesbiche e

battaglie per i diritti dei cani barboncini, hanno smesso di crederci.

Il nostro partito, sempre in assoluta coerenza con il mandato congressuale di febbraio, ha

partecipato alle ultime elezioni europee ed amministrative proprio perseguendo l’obiettivo di

creare le condizioni per una riunificazione dell’area popolare e moderata sotto un nuovo ed

unico tetto.

Lo abbiamo fatto mettendo dei paletti molto precisi: abbiamo detto di essere pronti a

dialogare con chiunque come noi si senta alternativo alla sinistra e distante dai populismi e

dagli estremismi. E non è stata, e non è, una scelta comoda, e nemmeno una scorciatoia. Ve lo

assicuro.

Abbiamo lavorato con grandissimo impegno con Antonio, con Giuseppe, con tutto il gruppo

dirigente per cercare di mettere insieme le diverse sigle che guardano ai cittadini e agli

elettori di cui vi ho appena parlato ed abbiamo fatto, secondo me, tutto quello che si poteva

fare nelle condizioni date, con il poco tempo e le poche risorse che avevamo a disposizione.

Siamo anche riusciti ad ottenere dei risultati molto importanti ed incoraggianti, al di là della

mia elezione al Parlamento europeo, perché i nostri elettori hanno dimostrato con i fatti di

saper distinguere in liste composite con candidati provenienti da esperienze diverse, i nostri

rappresentanti ed i nostri portabandiera.

Ma la fretta dettata dall’imminenza delle elezioni europee, dalla necessità di presentare le liste

e poi di raccogliere voti per i nostri candidati, ci ha anche costretto a costruire una proposta

comune con altri soggetti come il Nuovo Centrodestra e l’area che fa riferimento a Dellai e

Olivero, che al massimo poteva dare l’immagine di una federazione, di una somma di sigle, ma

non aveva il tempo di sedimentarsi sui territori, di germogliare e di crescere come una cosa

realmente nuova, più ampia, capace di essere – e anche apparire – agli occhi di milioni di

elettori disorientati di cui parlavo prima, come l’avvio di un percorso sicuro.

Ora quel tempo è davanti a noi e dobbiamo metterlo a frutto. Però dobbiamo farlo

cominciando da subito, non pensando di poter ancora rinviare a un domani che non si sa

quando arriverà.

Sono stato a Bruxelles ieri e questa esigenza di cui vi sto parlando e che avverto così

chiaramente in Italia da italiano, la avvertono per il nostro Paese anche i nostri amici stranieri

del Ppe.

L’Italia è una delle più grandi democrazie europee, uno dei Paesi fondatori dell’Unione

Europea. Ha dato e deve dare un contributo fondamentale per la crescita civile, sociale,

economica, culturale del nostro Continente. Senza l’Italia l’Europa non può esistere. E dunque

proprio perché questo lo sanno bene tutti i popolari europei, vi posso dire che da Bruxelles e

dagli altri Paesi dell’Unione in questo momento ci stanno guardando con attenzione e anche

con preoccupazione, non solo per la nostra situazione economica, per i problemi del debito

pubblico eccessivo. Ci guardano con preoccupazione perché se da un lato vedono il fronte

dell’area socialista rappresentato dal Pd crescere fino al 40% e creare le premesse per

diventare un interlocutore importante per quell’area, da questa parte, dalla nostra parte,

vedono come vediamo noi che il campo moderato ha bisogno di essere completamente

ridisegnato. Bisogna ridisegnare i confini, individuare chi sono i soggetti che vogliono davvero

farne parte, darsi degli obiettivi, restituire fiducia ed entusiasmo a chi è sempre stato di qua e

oggi è stato risucchiato nell’area del non voto o della protesta.

Questo è un impegno che dobbiamo assumere non solo perché stiamo parlando del nostro

campo, ma soprattutto perché nessuna democrazia può reggere se alla proposta di una parte

non si contrappone una proposta altrettanto seria e credibile dall’altra parte: i cittadini

devono poter scegliere. Se non hanno possibilità di scelta non c’è più la democrazia.

Allora è sotto gli occhi di tutti che abbiamo davanti a noi uno spazio politico enorme, quello di

un’area moderata che è completamente da ricostruire. Ma è altrettanto vero che se vogliamo

riuscire a ricostruire quest’area, dobbiamo anche essere consapevoli dei limiti della nostra

iniziativa fino a ieri, così come credo debbano essere consapevoli dei limiti delle loro iniziative

anche gli altri soggetti che si muovono all’interno dello stesso perimetro. E sia noi che loro da

oggi dobbiamo essere capaci di lasciarci alle spalle sigle, rendite di posizione, assetti

organizzativi superati. O lo facciamo o non andremo da nessuna parte. Né noi, né il Nuovo

Centrodestra, né gli amici che si sono richiamati ai Popolari per l’Italia, né tutti coloro che

come noi avevano dato un’apertura di credito al progetto di Scelta Civica e oggi hanno dovuto

prendere atto che quel progetto non esiste più.

L’appello che vorrei fare oggi è di andare oltre gli assetti organizzativi. Costituire i gruppi

parlamentari unici è importante e si può fare, anzi va fatto. Sapere chi farà il capogruppo forse

può destare l’attenzione fra noi addetti ai lavori. Ma niente di tutto questo servirà a parlare ai

territori, alle persone che stanno là fuori. La vera sfida è uscire dal Palazzo e non parlare al

chiuso delle stanze del Palazzo. Questo del resto mi è stato chiesto dal Congresso del nostro

partito cinque mesi fa e su questo ho assunto il mio impegno di Segretario.

Quando qualcuno mi dice che la sigla dell’Udc appartiene più al passato che al presente io non

ho problemi ad ammetterlo. Però vorrei che con la stessa onestà intellettuale si prendesse

atto che non c’è una sola sigla tra quelle nate ieri e quelle nate l’altroieri nel campo popolare,

moderato, riformatore, liberale, che non sia superata. Perché nessuna di quelle sigle è in grado

oggi di attrarre milioni di elettori.

So bene che il mio non è un discorso facile e che a qualcuno potrebbe dare fastidio,

soprattutto fuori di qui, molto più che tra noi – perché noi siamo consapevoli delle nostre

qualità ma anche dei nostri limiti. Ma è un discorso che va fatto e va fatto in ogni sede con

forza e con convinzione.

Quando al Congresso Nazionale Antonio De Poli poneva l’accento con grande passione sui

territori parlava di questo.

Fra qualche mese si voterà in una decina di Regioni italiane. Io non credo che si possa opporre

una strategia vincente in alternativa al Pd se non ci si presenta con un progetto unitario. Se

altri, soprattutto fuori di qui, pensano di presentarsi con un’accozzaglia di sigle è meglio stare

a casa direttamente. E guardate credo che nessuno mi possa accusare di star svendendo una

storia o un simbolo. Tutti sapete perfettamente quanto impegno e quanto lavoro ho messo per

salvaguardare il nostro partito e il nostro simbolo.

Ma siamo arrivati ad un momento in cui tutti, davvero tutti i moderati, devono fare un passo

avanti senza paura di lasciarsi qualcosa indietro. La nostra storia è e sarà sempre la nostra

storia e nessuno potrà mai togliercela. Ma se ognuno di noi pensa di presentarsi al tavolo della

formazione dei gruppi parlamentari unitari con qualche rendita da rivendicare allora vuol

dire che non ha capito nulla.

Proprio per questo il mio appello non è un appello alle sigle, ma ai singoli esponenti politici, ai

singoli parlamentari, ai singoli dirigenti e quadri di partito. E soprattutto, come ho cercato di

spiegare prima, il mio è un appello ai cittadini.

Costruiamo la nuova area popolare e moderata. Facciamolo con generosità e senza magliette

addosso.

Poi naturalmente arriva sempre qualcuno che chiede: ma poi con chi vi alleate? Con la destra?

Con la sinistra?

Allora io vorrei far notare, spero una volta per tutte, che oggi parlare di alleanze non ha senso.

Ma scusate, ma Renzi in questo momento su quanti tavoli sta giocando? Ha fatto un accordo

con Berlusconi, parla con i 5 Stelle, gli unici con cui ogni tanto fa fatica a parlare sono i suoi. E

allora perché noi dovremmo ogni volta essere quelli a cui si vuole fare l’esame del sangue?

Io non ho cambiato idea né oggi, né ieri. Mi sento alternativo alla sinistra e non posso

mettermi insieme con i populisti e i nazionalisti.

Allora utilizziamo i prossimi tre anni della legislatura per costruire il campo postberlusconiano.

Se sapremo farlo, nemmeno ci porremo il problema delle alleanze perché non

saremo noi a doverci cercare gli alleati, ma saranno gli altri a venire a chiederci di allearsi con

noi. E noi faremo gli esami del sangue ai potenziali alleati.

Cominciamo a costruire. E facciamolo dai contenuti. La vera sfida a Renzi va lanciata sul

cambiamento. Perché lui vuole riformare l’Italia ma anche noi vogliamo riformarla. E se oggi

siamo sulla stessa barca del suo governo questo non ci esime dal presentare le nostre

proposte, dal dimostrare che possiamo avere idee migliori.

Per cui sulle riforme ci siamo e ci stiamo. Ma non è che possiamo prendere a scatola chiusa

quello che non ci convince o che non funziona. La legge elettorale non va bene, perché non

consente ai cittadini di scegliersi i loro rappresentanti. E siccome noi vogliamo ripartire dalle

rappresentanze, dai territori, non possiamo accettare che per la governabilità si rinunci alla

rappresentatività. Serve un equilibrio diverso, sulle soglie e sulle preferenze.

E questo vale per le riforme istituzionali, ma vale anche per le riforme economiche. Io voglio

credere alle parole del ministro Padoan che dice che a ottobre non ci sarà bisogno di una

manovra aggiuntiva. Bene. Però sappiamo comunque che in autunno bisognerà presentare il

bilancio di programmazione e lì bisognerà scrivere in modo molto più preciso di quanto non si

è fatto con il Def quali impegni si vogliono prendere.

Il nostro impegno, quello su cui credo dovremo caratterizzarci, sarà quello della giustizia

sociale. Siamo stati d’accordo sugli 80 euro: è stato giusto stanziare quei soldi e metterli in

tasca agli italiani. Ma il vero tema è a chi vanno: ci sono famiglie monoreddito che guadagnano

poco più di 24mila euro e che non hanno avuto gli 80 euro perché stanno appena sopra il

limite massimo. Io mi chiedo: è più giusto aver dato gli 80 euro a un single che guadagna un

po’ meno di 24 mila euro o sarebbe stato meglio darli a chi ha una famiglia da mantenere,

guadagna appena un po’ di più, e oggi non arriva alla fine del mese?

Questa secondo me è la grande sfida intorno a cui possiamo ricostruire un blocco sociale, dare

voce a milioni di cittadini, ricreare una speranza. La sfida di un nuovo welfare, di una nuova

Sanità, la sfida della giustizia sociale che vuole avvicinare la spesa a chi ha bisogno davvero.

E’ sui contenuti, sulle proposte che si giocheranno le prossime partite elettorali. Non sui

richiami alle ideologie che non esistono più e nemmeno ai partiti della Seconda Repubblica

che non hanno più niente da dire.

Questo è il tema che abbiamo noi davanti oggi, dunque, e di questo vorrei che la Direzione

discutesse con l’obiettivo, come dicevo all’inizio, di lanciare una sfida e un appello all’esterno.

La sfida a creare qualcosa di nuovo, tutti insieme, con chiunque voglia dare una mano, senza

primogeniture, per dare al Paese un’alternativa di governo moderata, riformatrice e popolare.

Su questo vorrei che tutti noi ci impegnassimo ancora più che in passato a partire da oggi.

Grazie.

 
Intervento sull'accusa di empietà PDF Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Muscatello   
Giovedì 13 Marzo 2008 20:25

Liberi di non condividere!

L’accusa di empietà.  Per essere accusati basta solo non condividere le scelte del potere politico dominante.

Questi strumenti politici dell’Antica Grecia, quali l’accusa di asebeia (empietà) cioè accuse su persone innocenti che non avevano commesso alcun reato ovvero fatti che non costituivano reato e che si concludevano con la pena dell’atimìa (perdita dei diritti politici). Strumenti che venivano utilizzati dai potenti massoni della politica contro i politici emergenti e progressisti, con sistemi di delegittimazione del loro operato. Strumenti considerati, nel mondo contemporaneo, pericolosi per la democrazia poiché nascono in un contesto antidemocratico e utilizzati poi successivamente dai regimi totalitari e ancora oggi nei paesi sottosviluppati e poi ancora, in altre vesti, sono stati utilizzati nel medioevo durante l’inquisizione.

La nostra politica è una politica sana che si sviluppa in un contesto democratico dove quegli strumenti dell’Antica Grecia stonano.

 
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